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Gli scacchi nel Golfo Paradiso

Gli scacchi nel Golfo Paradiso, da curiosità di cronaca a scelta culturale.

Un’opportunità per le Civiche Amministrazioni.

La presenza di amatori del gioco degli scacchi nel territorio del Golfo Paradiso, avviata in embrione a Ruta di Camogli alla fine degli anni ’50, ha origini casuali e sviluppo graduale con il crescere della generazione che, per effetto di lodevoli iniziative individuali (si citi per tutti l’appoggio di Niccolò Maggiolo, titolare del Bar Nicco di Ruta), ebbe modo di dedicarsi al gioco con continuità di pratica e con efficacia agonistica.

Si rinvia, per documentazione, all’articolo comparso su EccoRecco lo scorso mese di Marzo.

In tempi più recenti, questa attività ha assunto maggiore visibilità e rilievo per l’organizzazione annuale del Campionato Regionale Semilampo nel Comune di Camogli (dove l’associazione ha sede), di un Torneo di rilevanza internazionale a Recco, con l’avvio nel 2013 presso la scuola primaria, sia a Recco sia a Camogli, di un intenso programma di avviamento agli scacchi, in orario curricolare, che ha visto complessivamente coinvolti più di duecento alunni delle elementari.

Le Amministrazioni Comunali del territorio hanno una possibilità insolita, quella di valutare se da questo fatto, sostanzialmente di cronaca, possa essere tratta ispirazione o spunto operativo per integrare questa attività di volontariato in una più ampia visione dello sviluppo e della caratterizzazione culturale del territorio.

Come rappresentare e motivare ai cittadini una scelta in tal senso?

Una politica della cultura in un territorio ha interesse a valorizzare elementi autoctoni, per disporre di competenze locali con cui progettare, impostare, sviluppare, gestire i processi culturali individuati.

Oltre alla convenienza, si offre spazio alla partecipazione partendo da posizioni relativamente più avanzate rispetto ad una mera importazione dall’esterno.

E’ corretto parlare di cultura riferendosi ad un gioco, percepito per lo più come una noiosa e difficile attività sedentaria da vecchi pensionati?

Dipende dal concetto di cultura: se un’abilità, un saper fare, un’esperienza del luogo diventano fatto percepito come localmente normale (far la focaccia, pescare e preparare il pesce, costruire muri a secco, giocare a pallanuoto, coltivare la storia della navigazione a vela), allora siamo in presenza di elementi culturali endogeni la cui storia fa parte della cultura della gente, mentre la sua diffusione (o la lotta per contrastarne la scomparsa) sono obiettivi ragionevoli e gestibili di una politica dello sviluppo culturale del territorio. Che da queste scelte scaturiscano elementi di attrazione turistica o di richiamo mediatico a livelli più estesi, promuovendo il nomen loci in un contesto globale, non può che essere una gradita conseguenza, la ciliegina sulla torta.

Uno spunto di riflessione: l’AD Scacchi Ruta afferma di avere come obiettivo, nella sua attività didattica a scuola, quello di costruire una generazione di cittadini per cui giocare a scacchi sia cosa normale, semplicemente. E’ un fatto che oggi una scacchiera in un bar attira lo sguardo, perché insolita, anormale, mentre una partita a carte invece no. Due ragazzi alla play station non si notano, alla scacchiera sì. E non va bene.

Non quindi la ricerca di futuri campioni, ma la diffusione di un modus operandi, le cui caratteristiche si pongono ai limiti delle tendenze di comportamento contemporanee: ma queste, ci vanno poi così bene?

Chi gioca a scacchi apprende (a sue spese) a riflettere prima di agire, a gestire le conseguenze delle sue scelte, a valutare le situazioni con l’occhio neutro di chi non può privilegiare il colore di parte a scapito della fredda e oggettiva verità posizionale.

Non si tratta quindi di contrapporre modalità esteriori (la frenesia di una play station e lo spasmo immobile di una scacchiera) o di esaltare valori generazionali (tutto il contrario, gli odierni grandissimi campioni, ora oggetto di curiosità dei media, sono intorno ai vent’anni o poco più) ma di cogliere quali siano i valori educativi che possano a pieno titolo far inserire la conoscenza e la pratica degli scacchi in un panorama di politica culturale sistematicamente attuata sul territorio.

Nella presentazione fatta ai docenti della primaria (ma solo a quelli coinvolti, ma il discorso dovrebbe essere esteso e condiviso con tutto il corpo docente) è stata posta in evidenza una caratteristica del gioco che non ha un corrispettivo nel processo educativo di cui è titolare l’istituzione scolastica.

Spesso, i ragazzi alle prime partite non riescono a muovere nulla, non fanno mossa alcuna: è l’horror agendi, che non deriva tanto dal non saper scegliere fra diverse alternative, quanto dall’essere impreparati ad avere libertà di alternative. I processi di educazione nei loro confronti li hanno finora posti davanti alla ricerca di soluzioni codificate di problemi altrettanto standardizzati, alla individuazione di “risposte a domande” ma non li hanno mai posti davanti alla libertà dell’azione individuale. Mi dite i programmi, le materie, gli esercizi che a scuola insegnano a decidere?

La libertà di agire e quindi di sbagliare dà un senso di vertigine, a cui la pratica del gioco pone rimedio con l’abitudine alla scelta, addirittura teorizzando l’assunzione dell’iniziativa come elemento che caratterizza il valore tecnico della propria partita. Dal libero arbitrio alla responsabilità: sulla scacchiera c’è poco spazio per alibi, perde chi ha sbagliato di più, o nei momenti più critici.

Da questo, all’educazione a rispondere delle proprie azioni, il passo è molto breve. Il recupero di questi valori è tanto più importante nel momento in cui uno dei fattori di crisi dei processi educativi contemporanei (e dei comportamenti mediamente vissuti nel paese) è proprio la carenza di assunzione della responsabilità, come metodo educativo e come conseguente prassi di condotta di vita nel contesto civile, di appartenenza alla civitas.

In questo senso particolare, una politica della cultura che dichiarasse queste scelte di valore quali obiettivi del proprio sforzo, diverrebbe essa stessa fattore di recupero (per quanto embrionale) della corretta capacità di vita civile, e quindi della stessa politica, a vantaggio strutturale dell’intero territorio.

Al gioco degli scacchi si associa spesso una capacità di potenziamento delle abilità logiche: fuor di dubbio che l’abitudine a procedere secondo uno schema di analisi delle alternative comporti l’affinamento dei procedimenti deduttivi, ma i processi mentali umani, giocando a scacchi, sono ancora di più influenzati dalle capacità di riconoscimento e di rappresentazione. Su una scacchiera ci sono dei pezzi, oggetti fisici.

I luoghi ( le case) in cui essi possono muoversi non sono fisici, sono un topos logico, eppure per lo scacchista in azione la loro esistenza è percepita (letteralmente, “vista”) alla stessa stregua di un oggetto fisico. Questa capacità di astrazione e sintesi ( dall’analisi della posizione fisica, tramite l’applicazione inconscia di un corpus normativo, si arriva alla percezione fisica del fatto logico) costituisce uno degli obiettivi più significativi ( e meno comprensibili) del processo di apprendimento di questa disciplina, ma al tempo stesso il suo contributo forse più caratteristico allo sviluppo delle capacità individuali.

Nulla aggiungeremo al potenziamento dei fattori di carattere, quali tenacia, autocontrollo, fantasia ed educazione al confronto sportivo (lo sapete che la prima mossa che insegniamo a scuola è la stretta di mano all’inizio del gioco? sì, proprio come si stringe la mano dell’altro, senza stritolare o far pendere mani morte) mentre val la pena sottolineare il contributo alla sfera dell’integrazione fra persone separate in apparenza dalla lingua, storia provenienza. Si agisce, non si parla, ci si confronta tramite oggetti che sono simboli di regole, e il fatto di riconoscersi in quelle regole è già un primo ponte fra culture distanti prima, che si integreranno poi.

Se cultura è sviluppo dell’individuo nell’ambito di un processo condiviso, l’esempio è significativo.

Attesa la bontà del fine, come procedere per tradurre un generico orientamento in un programma riconoscibile e monitorabile?

Si può procedere su più linee in parallelo.

  • Far conoscere (e mettere in discussione) le linee di base delle scelte (cosa, come, perché) in corso di attuazione, anche attraverso la promozione di conferenze, dibattiti, discussioni nei contesti di maggior impatto (ci si riferisce al contesto scolastico, in cui non è ancora attiva una fase di confronto sui significati e le modalità di realizzazione del progetto, già presentato nei tempi prescritti)

  • Valorizzare le attività in essere, aumentandone la visibilità e la risonanza (in particolare le manifestazioni agonistiche suscettibili di risonanza mediatica)

  • Analizzare ipotesi di sviluppo dell’attività diffusa sul territorio ( ipotesi, necessità operative, costi eventuali), anche in sinergia con altre discipline afferenti i giochi intellettuali (si veda l’ipotesi di una “Polisportiva della mente”, formulata a latere)

  • Dar vita ad un progetto ambizioso a medio termine, che faccia da volano trainante anche di attività indotte e al tempo stesso dia evidenza alla pubblica opinione, per questi aspetti sempre meno locale, dell’eccellenza culturale raggiungibile puntando su una cultura in apparenza di nicchia, ma suscettibile di un seguito di massa e di pari risonanza esterna, se adeguatamente sostenuta e propagandata. (“Golfo Paradiso, paradiso degli scacchi”, suona forse inatteso, ma non improponibile)

Su questi obiettivi a medio e lungo termine, delle idee su cui discutere sono già pronte nel cassetto, ma la loro analisi presuppone una scelta di approfondimento, che non può che derivare da una decisione di ampio respiro.

Respiro che solo le civiche Amministrazioni (e in futuro, gli organismi preposti alla integrazione di territori più estesi di quelli attuali) possono ( e forse debbono ) saper esprimere.

Paolo D’Augusta

Vice Presidente AD Scacchi Ruta “Giancarlo Musso”

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